Francesco Gabbani, come fare la differenza pur avendo vinto il festival di Sanremo!

Radicata da sempre a mo’ di quercia secolare alla nicchia musicale italiana del genere “indie” (vedi “Le luci della centrale elettrica”) o “alternative rock” (vedi i “CCCP Fedeli alla linea” o “Il teatro degli orrori”), mai avrei immaginato il posare l’orecchio sulle note dell’ultimo vincitore del festival di Sanremo, che ha onorato la città di Lecce con un suo concerto il 18 agosto 2017, presso una piazza Libertini blindata e gremita di voci urlanti delle età più disparate!

Presumo che sul “fenomeno” Francesco Gabbani si sia già stato scritto di tutto, ma vorrei comunque esprimere il pensiero positivo di una snob, che si è sempre tenuta debitamente alla larga dalle “mode di massa”, proprie non solo della musica ma anche del cinema e della letteratura.

Confesso, di aver ascoltato per la prima volta “Occidentali’s Karma” dopo un mese abbondante dalla fine della manifestazione canora e il primo pensiero è stato: “beh, se il sig Gabbani è veramente consapevole di tutto ciò che cita, questa canzone ha il suo bel perché”; il testo, per quanto vivace è anche graffiante, riferendosi all’abuso che in Occidente si fa della filosofia orientale ridotta a decontestualizzate pillole di saggezza, dove lo yoga si mescola arbitrariamente al sushi e il povero Buddha è una chiacchiera da bar nei caffè alternativi, che sprigionano aromi di zenzero e cannella. Per inciso, non ho ancora letto il saggio dell’entomologo Desmond Morris, il cui titolo è strimpellato nel ritornello, ma la sua teoria sul perché dell’assenza dei peli nell’uomo, mi incuriosisce non poco.

Continuiamo la confessione.

Auricolari nelle orecchie e vai di “Amen”, “Eternamente ora”. “Tra le granite e le granate”, “Pachidermi e pappagalli” e poi, a ritroso, con i “Trikobalto”, la prima band fondata da Gabbani, i cui pezzi sono senza dubbio meno orecchiabili e più elitari, ma che hanno posto le basi al percorso di un cantautore poliedrico e solo apparentemente nazional popolare, perché scrollata di dosso per un momento la frenesia che accompagna le nostre giornate, i testi del bravo carrarese si schiudono come ostriche offrendo dei messaggi profondi, accompagnati da una musica ricercata ma che solletica piacevolmente i timpani accarezzando la sensibilità di chiunque.

Si è parlato più volte di “tormentoni”; no, a mio avviso non gli si può fare un torto simile perché questa tipologia di brani musicali ha un inizio, una durata pari a una stagione, spesso estiva, ed inevitabilmente una fine. Io invece, voglio sperare che “Pachidermi e pappagalli” scuota davvero le coscienze di tutti i complottisti laureati presso l’università della vita e fautori delle teorie astronomiche più bizzarre e a cui consiglio, vivamente, di andare su un qualsiasi motore di ricerca e digitare le parole: “metodo scientifico”.

Ho avuto il piacere di ascoltare qualche intervista che ha rilasciato, pescata sul web: trasmette positività, il suo linguaggio è aulico ma non innaturalmente verboso, garbato nei modi e il sorriso sincero, proprio di chi nonostante la fama, si fermerebbe a soccorrere senza indugio un cane ferito in autostrada o un ciclista in difficoltà, con lo stesso sguardo dolce e rassicurante ma non melenso.

Ovviamente, lungi da me il voler esprimere un giudizio sulla sua persona, perché scrivo in ragione di umane e semplici sensazioni.

Cosa aggiungere altro?

Probabilmente, sotto l’albero di Natale quest’anno qualcuno troverà un pacchetto con scritto sopra: “Magellano”, con l’augurio di reperire il coraggio di esplorare continuamente mondi sconosciuti e, quel qualcuno, sarà la sottoscritta.

Amen

Barbara Tortorella

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